Netro

Netru

 

 
 

Il paese di Netro ricorda uno di quei caratteristici borghi dell’Italia centrale arroccati fieramente su un colle. Attualmente gli abitanti di Netro sono poco piu’ di 1.000, ma al primo censimento ufficiale, avvenuto nel 1799 sotto dominio napoleonico, il paese ne contava 2.000. Netro è un paese che vanta la tradizione del ferro, quest’arte nobile e antica di forgiare e martellare sbarre di ferro incandescente, sino a ricavarne martelli e falci, oppure armi bianche e corazze, un tempo, ed ancor oggi, volute armoniose per grate o cancellate. Le origini del nome del paese potrebbe essere  celtica ed il parroco Don Giovanni Battista Giardino, in un estratto pubblicato nel 1949, sostenne addirittura la tesi che l’arte della lavorazione del ferro risalisse all’epoca dei Celti Salassi, che guerreggiarono contro le legioni romane dal 225 al 25 a.C.


 
 



Quello che è certo è che nel Medioevo da quelle fucine artigianali (non industriali) uscirono elmi, corazze e spade per i guerrieri, e in tempi piu’ recenti falci, falcetti e roncole per gli agricoltori, martelli e cazzuole per i muratori.
In vari documenti, specie in quelli parrocchiali, appaiono i nomi dei grandi maestri della lavorazione del ferro. Dal 1100 al 1700 circa si hanno “li nobili”Martinetto, Bonino, Serra e poi i Serramoglia, Perino, Perinetto e molti altri, cognomi che ancora oggi suonano famigliari.


 
 


Ernesto Rubino (1869-1927) fondò nel 1906 la “S.A. Officine di Netro già Giovanni Battista Rubino”, aggiunse alla vecchia fabbricazione di strumenti artigianali una vasta produzione di particolari e component meccanici per la costruzione di motori e macchinari e trasformò in industria la tradizionale lavorazione del ferro. Nel 1926 la fabbrica già contava 565 dipendenti. Con gli anni difficili della seconda guerra mondiale, l’attività subi’ alterne vicende , si verificarono ridimensionamenti e variazioni, sino alla chiusura definitiva negli anni ’60. Ma non andò perso il patrimonio di cultura e di sapienza; molti degli ex dipendenti qualificati divennero tecnici importanti e affermati negli stabilimenti Olivetti e Fiat. Oggi una costruzione adibita a cellula ecomuseale della lavorazione del ferro si trova nel grande complesso immobiliare delle Officine stesse.

 
 



 
 


La seconda attività che esisteva da sempre, e continua tutt’oggi, era l’allevamento dei bovini e ovini e la conseguente lavorazione dei derivati del latte svolta prevalentemente seguendo gli antichi usi tradizionali, in una fase invernale a valle e in una estiva negli alpeggi montani. Va citata anche una terza attività economica tradizionale, quella edilizia, che gli emigranti netresi esportarono in terra di Francia, Savoia, Auxerre e Provenza, dove molti esperti muratori divennero impresari affermati.Malgrado a prima vista alla presenza di un’economia praticamente autosufficiente, le risorse, com’è ovvio, non erano equamente distribuite fra la popolazione.

 
 



Il lavoro, non organizzato né tanto meno tutelato, l’elevato numero di figli, le difficoltà create da carestie o epidemie riducevano al lumicino le già scarse risorse: è storia di tutti i nostri piccoli paesi. Quindi i netresi piu’ intraprendenti guardavano all’emigrazione come un mezzo di affrancamento dalle necessità quotidiane. Dall’Ottocento ai primi decenni dello scorso ventesimo secolo, migliaia di netresi si sparpagliarono per il mondo.

 


 
 


Le biografie dei Netresi sono 603, pari al 24,8% degli abitanti nel 1911. Ben 83,6% emigrò in Francia, 6,7% in Svizzera, 4,2% in Africa (oltre la metà dei quali in Algeria, colonia francese), 2,1% negli Stati Uniti, 0,9% in Asia, 0,6% in Sud America e 0,5% in Australia. L’1,9% rimanente emigrò in altre nazioni europee. I cognomi piu’ frequenti sono Bonino, Martinetto, Fiorina, Bertinaria, Perino, Pellerey e Pellerei, Perinetto, Gastaldi, Chiaverina, Samica e Marco, Vercellone, Verna e Avignone. L’emigrante con data piu’ lontana nel tempo è una donna, Isabella Gastaldi, nata nel 1837 e emigrata in Francia come “reutière”.