Gianni Valz Blin

I mestieri dell’emigrazione:
il caso degli scalpellini dell’Alta Valle del Cervo


L’emigrazione dell’Alta Valle del Cervo ha avuto nel corso dei secoli caratteri marcatamente originali e del tutto specifici per elementi intrinseci: durata (inizia nel 1500 e prosegue per tutto il 1900), scelta dei percorsi, elevata professionalità, concentrazione nel settore dell’edilizia e della lavorazione della pietra (mastri da muro e scalpellini), esclusiva composizione di popolazione maschile adulta.
Vi sono state differenziazioni e pesi sociali dissimili non solo rispetto ad altre realtà biellesi
e piemontesi, ma anche all’interno dello stesso territorio valligiano, determinate dalle diverse condizioni ambientali tra la parte alta e quella bassa del territorio, riscont rabili a valle e a monte di Valmosca, frazione di Campiglia Cervo, e dalle più scarse risorse alimentari re p eribili oltre questo limite dove, presente il castagno selvatico, utilizzato per travature e serramenti, non attecchiva il castagno da frutto, a causa della temperatura invernale troppo rigida, e solo i derivati della lavorazione del latte permettevano di sfamare gli abitanti.
In Alta Valle non si era pastori di professione perché le disponibilità foraggiere non consentivano
di alimentare più di un capo bovino per famiglia. Nel corso della nostra vicenda storica si è sempre dovuto equilibrare il rapporto tra numero degli abitanti e dei capi di bestiame allevati, risorse alimentari e quantità di foraggio sfalciato, sia nelle ridotte e sporadiche superfici a prato dei paesi, sia sulle impervie pendici dei monti, dove l’erba aromatica era ridotta e il suo taglio difficoltoso per le condizioni morfologiche del terreno.
Da quando la popolazione, a partire dal Cinquecento, tese ad incrementare si dovettero
individuare ferree strategie di sopravvivenza basate sul controllo delle nascite, l’elevamento dell’età nuziale, forme diffuse di monachesimo (nelle nostre famiglie vi erano talvolta due o tre fratelli monaci), poliandria (con convivenze composite, dove la donna sposata rappresentava un riferimento fondamentale per una serie vasta di congiunti conviventi sotto lo stesso tetto) e soprattutto con l’emigrazione maschile, prima stagionale, poi temporanea e anche di lungo periodo, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Dal Cinquecento l’emigrazione costituì una valvola di sfogo essenziale che ha consentito di
contenere il numero della popolazione presente e di rapportarla alle disponibilità alimentari reperibili in zona.
Le prime notizie su questo territorio risalgono al 1207 con la bolla papale di Papa Innocenzo
III, il persecutore dei Catari, che fa riferimento alla chiesa di San Martino di Campiglia e alle altre chiese già esistenti nella Valle del "Sarvo". Era questo l’antico nome del torrente principale, trasformato a partire dall’Ottocento in Cervo con una impropria forma lessicale che ne ha alterato il significato originario di elemento naturale "a servizio" del territorio.

 

L'inaugurazione della Società Operaia con Edmondo De Amicisn Rosazza - febbraio 1892


Anticamente l’intero territorio era denominato Andorno e andava dai confini con Biella allo spartiacque con la Valle del Lys e la Valsesia. Comprendeva quattro comunità: Cacciornan (l’attuale Andorno Micca), Sagliano, Tavigliano e Valle (l’attuale Alta Valle del Cervo). Con il 1694 avviene lo smembramento del marc h e s ato d’Andorno, costituito nel 1620 da Carlo Emanuele I, che aveva infeudato il proprio figlio naturale Emanuel avuto da una nobildonna savoiarda. Il feudo poi passerà ai marchesi di Pa rella. Nel 1700 l’Alta Valle si suddividerà ulteriormente in quattro comuni: San Paolo, Quittengo, Campiglia e Piedicavallo; da quest’ultimo, nel 1906, si staccherà la borgata di Ro s a z za per costituirsi in comune autonomo.
Fino al 1694 la comunità d’Andorno per importanza demografica
ed economica rivaleggiava con Biella e la superava per numero di abitanti, di fuochi (famiglie) e per estensione territoriale; con lo smembramento iniziò per l’intera Valle un irrev e rsibile declino. Negli ultimi 120 anni la popolazione dell’Alta Valle è passata dai 6580 abitanti del 1881 agli 800 scarsi di oggi e Rosazza, nello stesso periodo, da 1400 a soli 86 residenti. In quest’ultimo comune le nascite sono passate da circa 30- 35 all’anno a tre-quat t ro nell’ultimo decennio (0,3 all’anno); il numero dei residenti per nucleo famigliare dai cinque-sei agli 1,2 di oggi (l’80% delle famiglie è costituita da un solo componente).
L’indice di invecchiamento, dato dal rapporto tra i
residenti con oltre 65 anni e quelli al di sotto dei 14, per Piedicavallo e Rosazza raggiunge ora valori drammatici pari al 1000% (10 anziani e un solo giovane).

 

La scuola elementare femminile comunale di Rosazza. Anno scolastico 1891 - 1892

 

Nel 1575 si costituì anche la parrocchia matrice di Campiglia Cervo per smembramento di quella di San Lorenzo di Cacciorna, ma a partire dal 1602 questa si suddividerà in altre sette, in un territorio di soli 54 chilometri quadrati, per la gran parte disabitato e montuoso. L’acceso campanilismo, oltre che alla formazione di otto parrocchie e di cinque comuni, porterà alla creazione di ben tre distinte società operaie e di due scuole professionali ad indirizzo edile (quella di Campiglia Cervo, sorta nel 1862, e quella di Rosazza costituita nel 1869), operanti a soli due chilometri di distanza e talvolta in concorrenza fra loro.
L’emigrazione dell’Alta Valle del Cervo è molto antica, senza riscontri in altre zone del
Biellese e dura da 500 anni; è sempre stata socialmente sofferta, non è mai stata una scelta, ma una esigenza dettata dalla necessità della sopravvivenza. Ha portato un doppio beneficio alla collettività locale: quello di consentire la riduzione delle bocche da sfamare e di immettere nel territorio risorse economiche realizzate all’esterno di esso, che hanno permesso a chi rimaneva di vivere in condizioni di minor disagio.
Alcuni documenti attestano la secolare vicenda migratoria. Fondamentale tra questi è il privilegio
di Emanuele Filiberto di Savoia del 1585 che, riferendosi ai valligiani dell’Alto Cervo, con una sola frase la descrive e ne evidenzia i caratteri sociali, temporali, e professionali, precisandone i percorsi: "Gli huomini et habitanti d’esso luogo vanno per nove mesi all’anno per li luoghi d’Italia, at murare case, lasciando alle case luoro le mogli et i figlioli".

 


Luigi Rosazza Pistolet con i collaboratori di Rosazza, appaltatori dei lavori delle ferrovie sarde -1892

 


Il testo completo si trova nel quarto volume 
- EMIGRAZIONE E STORIA LOCALE - 
da pag 65 a pag. 76


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