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Mohamed Ba, senegalese
emigrato in Francia e poi in Italia.
In Africa era pastore, ora a Milano è mediatore culturale.
Un’identità perduta: la sua Africa saggia è lontana.
Un’identità ritrovata? Forse.
Parigi, in quel mese di
Dicembre 1990, mi accolse con un freddo indescrivibile. La
Gare du Nord era più attiva di un alveare. I binari, stracolmi di
persone, sembravano uno scenario di
ritrovi e d’incontri: baci ed abbracci. Disperso e confuso, cercavo un
uomo che non conoscevo per farne il
mio Mosé, nessuno fra quegli uomini, quelle donne quei bambini
mi era familiare.
Il sotterraneo passaggio che portava alla stazione della metropolitana
sembrava un termitaio, il centro dell’umanità:
asiatici, africani, europei… Ero incantato davanti ad una mescolanza
etnico-culturale di un tale spessore.
Mi tornò in mente il mio nonno che aveva partecipato alla Seconda
Guerra Mondiale a fianco degli
alleati e che non mancava mai l’occasione di esibire i riconoscimenti
ottenuti dalla madre patria: la
Francia.
Finalmente, presi il verme di ferro che s’intrufolò nel ventre della
terra e sparì. Sbalordito, mi
chiedevo in quale miniera sboccherà: invece di oro o di ferro, mi
portò nel 13° arrondissement. Grande
fu la mia sorpresa di incontrare Samba. Era immigrato in Francia da più
di vent’anni e non era mai ritornato.
Aveva talmente alzato il gomito che alla fine il vino lo
premiò con una cirrosi.
"Ragazzo - mi disse - ti
consiglio di sedurre subito una residente e fare un figlio che ti
integrerà, perché in un
brevissimo futuro tutti quanti dovremmo ritornare nei nostri paesi, come
stipulato dagli accordi
siglati tra il governo francese ed i paesi africani. Altrimenti, non
farai in tempo a finire gli studi
che ti ritirano la carta di soggiorno. E se accadesse, passerai i
peggiori momenti della tua esistenza, poiché
la legge è fatta solo per ridurre degli esseri umani in uno stato di
non-essere."
Sorpreso, guardai mio fratello che, come per approvare Samba, scosse la
testa. Ero deluso. Mi aspettavo di
vedere i rapporti secolari tra la Francia ed il mio paese esaltati, e
invece… Per due anni, studiai e
aiutai la mia numerosa famiglia facendo dei lavori saltuari.
La scelta di andare in Francia era dettata dal fatto che a scuola, ogni
mattina, ci mettevamo in fila a
cantare l’inno nazionale francese: la marsigliese.
Di giorno, imparavamo la storia dai libri di testo in francese e, la
sera, tutti riuniti intorno al fuoco
di legno, accompagnati dallo Jembe o dal balafon, la nonna ce ne
raccontava un’altra versione ,
suscitando in noi uno spirito critico. Crescendo così, abbiamo
acquisito una doppia identità
culturale.
Con la morte di mio padre, non potevo rimanere insensibile al fatto di
vedere mia madre comprarmi del
materiale didattico, pur sapendo che quei soldi dovevano servire per
sfamare i miei fratelli, che vivevano
il semplice fatto di fare colazione come un sogno lontano. Quando
c’erano delle feste come la Tabaski (sacrificio d’Abramo), dove ogni
famiglia sacrifica un montone, andavo
sempre da mia madre per chiederle del mio montone che non
arrivava mai. Anche quando volevo un paio
di scarpe, si metteva a cantare invece di
dirmi perché, come, quando…
La vita da clandestino in Francia era molto pesante.
La clandestinità è un reato punibile con
una pena che va da sei mesi a due anni. Era
impensabile uscire la mattina ed avere la certezza
di ritornare la sera.Tutto sembrava un tunnel senza fine, solo buio,
nient’altro. Fino quando, senza
pensarci, risposi di sì al mio cugino che insisteva per farmi venire in
Italia. In quanto africano, lo dovevo fare
perché le parole sono molto importanti. Era preferibile rischiare
la mia vita pur di mantenere viva la fiammella che alimenta un valore
morale culturale secolare. Così andai via
da Parigi e arrivai a Nizza.
Quando sono sceso alla stazione di Nizza, un uomo, che indossava un
completo di tela scura che nascondeva
un corpo robusto, mi fece segno di seguirlo. Quando allungavo il passo
per raggiungerlo lui faceva lo stesso. Quel piccolo gioco mi fece
pensare per un attimo di tornare
indietro, ma era un Africano, dovevo dargli la mia fiducia, inoltre non
potevo tornare alla stazione, che non
era per me luogo sicuro. Lo strano inseguimento durò tre quarti
d’ora e fu dietro a un piccolo ponte che l’individuo si fermò. L’imitai,
mantenendo la distanza che ci
separava. Eravamo ormai lontani da sguardi indiscreti. Solamente il
rumore delle auto che sfrecciavano sulla
circonvallazione animava la città addormentata. Mi
si strinse lo stomaco. Avevo la gola secca. Un formicolio improvviso
invase tutto il mio corpo. Mi
asciugai di nuovo gli occhi che versavano lacrime d’angoscia e di
freddo. A quell’oscurità avrei
preferito sentieri chiari e stellati. Chi poteva essere quel lugubre
personaggio? Era alto, un berretto
infilato a rovescio mascherava il suo volto. Continuava a voltarsi
e sembrava giocare a nascondino con gli
spiriti delle tenebre. Lo zaino cominciava a pesarmi, così
come le sei ore di treno per arrivare da Parigi a Nizza. Ero sicuro di
una cosa sola: volevo raggiungere l’Italia.
Stringendo con forza le cinghie del mio zaino, avanzavo con passo lento
e sicuro al suo incontro. Il sorriso
che l’uomo mi fece mise fine alla situazione che mi aveva forzato a
restare sulle mie. Ero lontano dalla
mia Dakar natale, dalla situazione amichevole, fraterna e familiare.
Ero solo sulla strada della speranza. Gli altri li avevo lasciati al
Paese, angosciati e persi, di fronte
all’impoverimento del Senegal. Un tempo molto legati e solidali, sono
adesso dispersi.
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Il Senegal, la patria di
Mohamed Ba
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