Arte, storia e spiritualità nei cimiteri della 
valle Elvo - Serra 

 

Introduzione

La perdita nell'ultima guerra mondiale del figlio Vanni, il previsto continuatore della sua opera artistica, fu per Pietro Mosca un dolore insuperabile che lo ac­compagnò alla tomba. Unico sfogo, il lavoro in cui si buttò a capofitto, segnato dal ricordo di Vanni alla cui memoria volle dedicare i lavori sepolcrali più riusci­ti. Un filo ideale lega 1'attività dell' artista alla scomparsa in Russia di suo figlio. E le cappelle cimiteriali di tanti paesi biellesi e piemontesi, i monumenti ai caduti che ricordano al passante frettoloso il sacrificio di tanti giovani della nostra terra, sono testimonianze viventi di un'arte dolente quanto significativa. Seguendo le sue 9rme, abbiamo voluto ricordare con lui i cimiteri della Valle Elvo-Serra, ulti­ma meta dell'uomo mortale, ma anche luogo di spiritualità e di arte, di storia e di costume.

 

 CIMITERI di:

Bagneri
Camburzano
Cappella di S. Giuseppe d'Oropa
Donato
Graglia
Magnano
Mongrando
Mosso Santa Maria
Muzzano
Netro
Occhieppo Inferiore
Occhieppo Superiore
Pollone
Sala
Sordevolo
Strona
Torrazzo
Valle Mosso
Zimone
Zubiena

N.B. Ringraziamo vivamente don Delmo Lebole che ci ha permesso di attingere molte notizie interessanti dalle sue inimitabili e ottime opere.

Questa sezione del catalogo è stata curata da Marco Astrua, Giuliana Bonino, Mariella Debernardi, Giuseppe Giacobbe, Aldo Rocchetti.

Fotografie di Ugo Zampieri.




LA MORTE: IMMAGINI DEL PASSATO

La vita quotidiana, frenetica e stressante, ha reso frettolosi i rapporti tra le persone ed impersonale il modo di vivere la morte.
Da un breve sondaggio tra coloro che hanno vissuto nella Valle Elvo questo mutamento, risulta che nel passato la morte di una persona cara era partecipata coralmente, come se i parenti e gli amici volessero accompagnare il loro congiunto fino alla soglia dell'aldilà. Non c'era nulla di spaventoso in quell'evento; racconta la signora Vera che, avvenuto il trapasso, la famiglia ed i vicini si affaccendavano attorno al cadavere per vestirlo con l'abito più bello o più caro, preso, a volte, dalla "borsa del trapasso" che previdentemente in vita, quando ancora la mente era lucida, l'interessato stesso aveva preparato. La salma, ricomposta ed aspersa con l'acqua benedetta, veniva adagiata nella bara di legno su una trapunta insieme agli oggetti personali più cari; alcune monete messe nelle tasche servivano al defunto per pagare il pedaggio per l'aldilà. In casa - ricorda la signora Carla - la recita del rosario dava inizio alla veglia che proseguiva per tutta la notte; parenti ed amici si alternavano nel racconto delle vicende che avevano caratterizzato la vita del loro caro e nell'esaltazione degli aspetti positivi del suo carattere, quasi a costruirgli una nuova identità da tramandare alla memoria dei posteri.
La cultura antica, che a volte si insinua prepotente tra le pieghe della nostra epoca ed inaspettatamente emerge, si manifestava nell'usanza, ora scomparsa, di vegliare il morto partecipando ad un banchetto che, se pure povero, durava tutta la notte.


Occhieppo Superiore (1938) Sepoltura


Il funerale

Amici e parenti, a turno, portavano a spalla il feretro fino alla chiesa. Chi pur non essendo parente - dice la signora Vera - assolveva a questa incombenza, era tenuto in seguito in grande rispetto da tutta la famiglia. Ricorda invece la signora Maria che, per rendere più sicuro il trasporto della bara, veniva fatto passare sotto la medesima e attraverso le maniglie un lenzuolo arrotolato che i portatori tenevano stretto. Le famiglie più ricche ricorrevano all'uso del "carouss da mort". Il carro era trainato da cavalli con pennacchi; ai quattro lati altrettanti fiocchi erano sorretti dai parenti o dai coscritti, se il defunto era un giovane (signora Carla). Il corteo iniziava con i bambini dell'asilo che portavano una piccola croce e le Figlie di Maria che vestivano una tunica ed un velo biancho. Una di queste reggeva una croce, le altre, una decina, procedevano in duplice fila. Venivano quindi le donne se il morto era una donna, gli uomini se era un uomo. Il sacerdote precedeva la bara, seguivano i parenti; ai lati i bambini delle scuole elementari reggevano ceri e fiaccole, spesso unico ornamento in quanto non si ricorreva ai fiori troppo costosi. Ricorda la signora Carla che solo su richiesta la banda musicale partecipava alla cerimonia funebre, ma la musica non era gradita ad alcuni sacerdoti e alle persone più anziane. La maggior parte delle sepolture era nella terra, i loculi erano pochi e costosi. Regola ben consolidata era quella di non celebrare un funerale di venerdì perché, secondo un'antica credenza, ci sarebbero stati altri morti nell'ambito della parentela nell'arco di poco tempo.




Dopo il funerale

Le testimonianze raccolte concordano tutte nel ritenere molto importante il lavoro svolto dai parenti dopo il funerale; esso consisteva nel lavare gli indumenti, i materassi e le lenzuola del defunto, con lo scopo di poterli utilizzare ancora. La "buà dal mort" vedeva impegnati nipoti e cugini della persona scomparsa. Si preparava la "lisciva" a base di soda e cenere messe a macerare nell'acqua bollente in un mastello di zinco; l'acqua che usciva, profumata con l'alloro, serviva come detersivo.
Quest'ultimo rito concludeva tutte le incombenze che dovevano essere espletate per la morte di un parente; rimanevano soltanto il ricordo ed il dolore che ogni familiare portava nel proprio intimo.


Testimonianze raccolte da Maria Luisa Guardamagna

 

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