ATTRAVERSANDO 
OCCHIEPPO SUPERIORE



       Come attraversiamo oggi, noi e i foresti, il nostro paese?
     
Direi di corsa, in auto, in pochi minuti dalla Villa su fino a San Rocco e viceversa.
      Cosa vediamo? Quasi nulla: i buchi sulla strada, i rari pedoni che cerchiamo di non affettare lungo i muri senza marcia­piedi e che laviamo da testa a piedi se dimentichiamo di rallentare quando pio­ve. Rapidi sguardi alle strade laterali per controllare se qualche distratto non ri­spetta lo stop, senza nulla vedere della parte più bella del paese, nascosta agli sguardi frettolosi.
      Eppure Occhieppo Superiore è oggi piacevole e lo era, un secolo fa, ancora di più.
       I paesani di allora si muovevano so­prattutto a piedi e poi col carro o sul cavallo. Se arrivavano da Occhieppo Infe­riore o da Biella, s'erano già fermati a sostare in qualche boschetto di carpini o sotto le due grandi querce del rettilineo.
       Entravano in paese adagio, un tempo da S. Sebastiano e per la strada che costeg­giava il salto sull' Elvo; dal 1863, quando fu aperta, attraverso la Via Maestra che dalla Parrocchia portava a Villa Negri, l'attuale Municipio.
       Se non erano troppo stanchi, il lavoro allora era duro e la vita spesso grama e faticosa, procedendo adagio, potevano osservare con calma quella casa, quella chiesa, quel palazzo, quel particolare, fa­cendoli in qualche modo propri. Così il paese era loro, era familiare, era tranquil­lo perché mutava poco nel tempo.
        I suoni erano quelli consueti delle cam­pane, dei battacchi delle mucche, dei ferri dei cavalli sul selciato e non i rumori improvvisi delle auto, dei motorini, degli autotreni di acqua minerale.
        Vedere le case con calma voleva dire vedere le persone con calma e fermarsi a chiacchierare. I tempi lunghi di allora portavano alla chiacchierata lunga e alla migliore conoscenza; quelli brevi di oggi sappiamo a cosa portano.
        Discorso scontato sul bel tempo anti­co? Forse sì, ma non del tutto. Per tre motivi: anzitutto il discorso è l'introduzio­ne a questa serie di cartoline della vecchia Occhieppo, che la cortesia degli abitanti ha messo a nostra disposizione; poi vuole essere un invito a girare a piedi o in bici alla riscoperta del nostro paese, magari la domenica mattina presto quando è più silenzioso.
        Infine un incitamento a conservare la struttura urbanistica e le case esistenti senza abbatterle o stravolgerle, ma solo ristrutturandole con rispetto.
        So che è un'educazione civile difficile per ciascuno di noi, come quella dell'aria, dell'acqua, dei rifiuti. Il nuovo attira, il nuovo è più comodo, il nuovo spesso im­bruttisce o degrada.
        La cultura e il rispetto del vecchio richiedono generazioni. Sarà la nostra finalmente quella buona? Se no, cosa lasce­remo ai nostri figli?
       
Fine della morale e inizio del giro a piedi per la vecchia Occhieppo attraverso le cartoline.




Arrivo da Occhieppo Inferiore dove mi ha lasciato la carrozza o, anni più tardi, la tramvia elettrica. Il rettilineo, inghiaiato e con sciunte sparse, è lungo: sosto sotto le due querce dove trovo all' ombra altri viandanti. Al rol d'la stra nova è sempre stato luogo di sosta e di incontro.





     Arrivo al rondò, l'ingresso del paese, e faccio una breve deviazione a sinistra per dare un'occhiata a San Sebastiano ove passava la strada vecchia. Chiesa allora tenuta con rispetto e non ridotta come è oggi, sconsacrata, con un condominio co­struito a pochi metri e le piante che cresco­no sulla sua bella facciata barocca.
    Mi riporto sulla Via Maestra ed entro in paese: la vista oggi è poco cambiata, quasi tutto è ancora al suo posto.

  
Lo sono la Parrocchia di S. Stefano ed il campanile, per metà torre medioevale. Solo la casa sulla destra della facciata della chiesa non c'è più: perdita sopporta­bile perché, al di là delle odierne esigenze di parcheggiare le auto, nostra appendice fissa, si è allargata la vista sulla fiancata destra della Parrocchia e sulla vicina Casa del Vescovado, ex Casa Bullio.



Proseguo per la Via Maestra: a sinistra, quello che ora noi chiamiamo Asilo Vecchio. A destra, il portico Sut l' ala dove gli uomini che chiacchieravano sul sagra­to della chiesa si rifugiavano quando pio­veva.
     Ora è sopraelevato di un piano e sotto l'ala c'è un negozio.


Bastano pochi passi: sulla destra appare il bel campanile barocco di S. Elisabetta, del 1639. La chiesa fu sede di una delle Confraternite di Occhieppo, quella della Visitazione. Sulla sinistra la lunga facciata di Villa Mossa ed il postino.

    Proseguo per la Via Maestra e arrivo al Pase't, luogo ancor oggi abbastanza inalterato, anche se il passaggio di una vacca col carro come quello del signor Pivano, detto Fiurìn, è da ritenersi alta­mente improbabile: potrebbe spaventare gli automobilisti.

   La Via Maestra continua ed arriva al municipio-scuola-posta-alloggio del messo: tutto in un unico edificio che bastava al numero ed alle esigenze degli abitanti di allora. Sulla sinistra, in questa nitida foto di Bogge, il cancello di Villa Negri con i grandi abeti del giardino.


   
Sono ormai all’uscita di Occhieppo. Come
in ogni paese che si rispetti, la cappella di San Rocco lo protegge da nord contro l'ingresso della peste, mentre da sud lo proteggeva S. Sebastiano.
   A fianco, nella fotografia, una donna taglia l'erba secca.

 

Fotografie dagli archivi delle famiglie di Occhieppo Superiore. Testo di Gian Paolo Chiorino
 

Il testo completo del capitolo "Attraversando Occhieppo Superiore" si trova da pag.51 a pag.60 del volume unico "Sut l'ala".

 

Ritorno all'indice