l margaro e la sua cascina
da Quattro passi nella Valle dell'Elvo di Nestore Pozzo

 

Occhieppo Superiore ha avuto la fortuna di non arrestarsi davanti alla montagna e di non rimanere soltanto un paese di "bassa valle". Il suo territorio, che sembra morire in una strettoia vicino a Verdobbio, si allarga poi e riprende slancio e sale ripido sino alla cima della Muanda, con pascoli e una decina di cascine i cui nomi sono: Renchi, Palazzina, Carrea, Moie, Bricca, Favei, Fabrac, Alpetto Inferiore, di Mezzo, Superiore.
     
Siamo quindi un paese che ha, entro i suoi confini, alcuni pascoli, alcune cascine di montagna e margari che ci vivono.
       Mi pare giusto parlare di questo personaggio che rischia di sparire, se non lo aiutiamo a rimanere nella sua montagna. Per aiutarlo dobbiamo cominciare a conoscerlo, a sapere qualcosa di più di lui, di come vive e di come lavora.
       Ricorriamo
di nuovo a Nestore Pozzo, detto "Nini" nel nostro paese, per riportare dalla sua penna e da "Quattro passi
nella valle dell'Elvo" una felice descrizione del margaro, del suo carattere, del suo vestire, della sua baita.

                                                                                                         G.P. C

Ёl marghé
Il margaro

       Ho precisato che nella valle si dice di chi alleva le mucche. Altri usano i termini vachèr, bargé, ma a me non piacciono perché mi pare che abbiano un suono di disprezzo o di presa in giro. Punti di vista.
     Sono sicuramente i più vicini ai nostri progenitori, almeno per alcune espressioni di vita che si perdono nei secoli.
     Liguri, Celti, Vittìmuli, Salassi, Ro­mani, o tutti insieme, poco importa chi ci ha dato le origini. I primi che scoprirono la nostra terra furono sicuramente affascinati dal verde, dall'acqua e dall'aria buona.
     Foresta, boscaglia con lupi ed orsi, ma l'uomo di allora doveva convivere con questi vicini e spartire con loro le relative zone di influenza ed era solamente quanto faceva parte della vita di tutti i giorni.
     Piantate le proprie capanne, acceso il primo fuoco, il resto sarebbe venuto dopo. Il campo da destinare alla semina: milio, panico, melica (saggina), grano, il prato da destinare alle bestie da addomesticare ed allevare.
      Il margaro ha conservato questo spirito da pionieri dei primi abitanti e certe abitudini, quale la transumazione. Nomadismo stagionale programmato, si potrebbe definire oggi, usando uno dei tanti brutti neologismi di cui si è infarcita la lingua italiana, nel quadro dello sviluppo politico e socio-economico di questi ultimi anni.


Purtroppo lo sviluppo industriale del basso, la mano d'opera scarsa per questo genere di lavoro in montagna, il tenore di vita portato a livelli più alti e con guadagni più facili nei centri industriali, la civiltà del progresso insomma, ha fatto perdere di vista agli amministratori locali l'interesse e la necessità per la civiltà agricola nostrana. Il risultato è qui davanti a noi: montagna vuota di uomini e di bestie e case cadenti abbandonate. Cento anni fa era meno disagevole di oggi andare all'alpeggio, anche se ora possiamo arrivarci con l'automobile.
      Toccando questi argomenti, io purtroppo mi lascio prendere la mano e perdo il filo di quello che volevo dire, posso però dire che ognuno dovrebbe sapere fare bene il proprio mestiere e, io compreso, non sicuramente quello dello scrittore. Chiedo pertanto scusa e rientro in argomento.
      Dire come è fatto il margaro dal di fuori non dovrebbe essere difficile. Se la funzione sviluppa l'organo, per lui tutto è in un armonico sviluppo. Fin da bambino ha usato le gambe più di un comune abitante di paese e di città, perché è l'unico mezzo di trasporto che ha a disposizione ed è stato un uso in un ambiente né comodo né facile. Con il crescere degli anni ha messo poi in azione tutto il resto: braccia, mani, torace e groppa. Niente di strano quindi se non è sempre facile riconoscere a lui l'età giusta; quando è ancora giovanetto sembra già un adulto, da vecchio sembra ancora un uomo di media età. Anche il modo di vestire, semplice, senza ricerche particolari, che non siano quelle di adattare l'abito al me­stiere, aiuta forse a confondere le idee. Infatti non c'è nel vestire niente di inutile, non è una divisa, ma lo diventa, se visto anche come una forma di economia. A questa ultima parola devo ridare il significato nostrano, biellese, colomìa, avanzare, risparmiare, altrimenti tutto perde del suo naturale colore.
      Calzoni, pesanti o quanto meno resistenti, che nel periodo dell' alpeggio si tra­sformano in una decorazione di toppe, fatte anche con stoffa di colore diverso. Per parecchie generazioni si è tirato avanti con i calzoni grigioverde della naia, o con quelli di tela - ma della stessa provenienza - tessuti con ritorto di cotone, indistruttibili e con la prerogativa di impermeabilizzarsi per il lungo contatto con la fuliggine grassa dei paioli e lo strusciare fra le mucche nelle stalle strette dell' alpeggio. Per reggere i calzoni, la cinghia di cuoio, spesso guarnita con le stellette del Regio Esercito e con infilato sul retro il gancio per appendervi il falcetto. Non è irriverenza per la Patria portare le stellette avvitate alla cinghia. Loro hanno conosciuto solo il Battaglione con il colore della sua nappina, la loro fede alpigiana, poi Alpina, ha dato un senso alla vita da alpino che è devozione alla forza. Anche qui mi accorgo di andarmene tranquillamente fuori tema e mentre sono in tempo mi fermo. Però sento che una paginetta al margaro alpino dovrò scriverla.

Il testo completo del capitolo  "Il margaro e la sua cascina" si trova da pag.181 a pag.190 del volume unico "Sut l'ala".

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