"La Ca 'd Sormān a i č pü"

 

     Ricordo Nestore Pozzo quando, in sella al suo vecchio scooter, saliva la Strada dell'Erio e veniva a insegnare l'arte del disegno ai nostri figli.
     I disegni, li abbiamo ancora tutti, erano firmati Giacomo
o Valentina, ma denotavano un tratto sicuro, che non era quello del principiante.
    
Nestore, buono qual era, aveva aiutato un po' troppo i suoi allievi.
     Sono passati quindici anni: i suoi due libri, le sue incisioni, i suoi pastori, sono parte della nostra biblioteca. Credevo di sapere abbastanza di lui e della sua Valle dell'Elvo, che troppo presto ha lasciato. Invece, dopo che la cortesia di sua moglie e di suo figlio mi ha offerto questo suo scritto inedito, ho scoperto qualcosa di pių sul mondo di Nestore Pozzo. Leggendo, sono rimasto colpito, oltre che dall'amore per il suo paese, la sua gente, la sua storia, che ben conoscevo, anche dalla lungimiranza delle sue idee, da come avesse chiaro quanto lungo e faticoso sia costruire, breve e facile distruggere.
     Il dispiacere di vedere abbattere una casa, orizzonte consueto della sua vista, č stato sė forte  e coinvolgente da indurlo ad usare un linguaggio duro, direi brutale, se si puō coniugare questo aggettivo con la sua indole mansueta, schiva, modesta.
     Questo scritto č da meditare, senza fare parole inutili. Compito di ciascuno di noi occhieppesi č di operare con la stessa sua coerenza.
     
Nestore voleva rivedere e limare questo articolo, prima di pubblicarlo: la malattia glielo impedė. L 'ho fatto io, con il consenso dei suoi. Spero che, dalla Valle tranquilla in cui riposa, giudichi il risultato accettabile.

                                                                                         Gian Paolo  

     Ca 'd Sormān, come la vedeva Nestore Pozzo da casa sua, con le fasce  d'intonaco bianco attorno alle finestre.

  (incisione dell'autore)

La notizia

     "La Ca 'd Sormān a i č pü" - la Casa Sormano non c'č pių - č la frase raccolta in strada e sono le parole di una donna che incontro mentre me ne vado verso l'orto che coltivo poco lontano da casa mia. E' il pomeriggio di giovedė 6 luglio di questo anno 1978.
    Credo di avere risposto alla donna che conosco, con la quale scambio di solito quattro chiacchiere ogni qual volta la incontro, in tono garbato di persona frastornata. Per cui lei non č invogliata a fermarsi. Dopo alcuni passi, ci voltiamo entrambi, io quasi per scusarmi, lei per capire quello che mi passa in testa, ci scambiamo un cenno di sorriso e tiriamo avanti.
     lo me ne sono andato da casa per non essere costretto ad assistere all'abbattimento di Casa Sormano, scenario di fondo che chiude il mio chioso verso mattino.
    
E' necessario in questo momento che io precisi alcuni punti: siamo ad Occhieppo Superiore e la mia vuole essere la cronaca della demolizione di un corpo di fabbricato, conosciuto da chi abita nella contrada del Pasquario con il nome "Casa Sormano", proprietā della Famiglia Negri.
     Per un paese come il nostro, di duemila e cinquecento anime, il buttare gių una casa č un avvenimento, per me anche, ma in un modo particolare e per ragioni varie.
     Innanzi tutto perché con la scomparsa dell'edificio il paesaggio mi si sarebbe cambiato completamente; seconda e non ultima ragione, perché anche la scomparsa di una casa, ad opera poi dell'uomo, č come la scomparsa di una persona. Almeno in parte e dal modo in cui io vedo la cosa. Nessuno č indispensabile, niente insostituibile ed una prerogativa della razza umana č anche quella di dimenticare, ma il vuoto resta dentro.
     Da oltre quarant'anni era una veduta familiare, con le sue variazioni di colore nelle diverse ore del giorno e cangianti di tono.
     Adesso, dietro alle piante da frutta, il fondale č il cielo, che mi dā una sensazione di indefinito, di vuoto. L'occhio non puō che trasmettere fedelmente queste immagini, ma il cervello, condizionato dalla mia sensazione, a volte si rifiuta di accettarle, pur ricevendole.
     La notizia della demolizione era nell'aria almeno da un anno ed io ero giā entrato nel cortile e nella casa assieme al Remo, che č l'uomo di fiducia per la custodia delle case dei Negri. Ne avevo fatto degli schizzi che mi sarebbero serviti per preparare delle acqueforti. Nella cartella dei ricordi volevo conservare qualche cosa per me e per gli amici. Il 6 luglio, lavoravo proprio attorno alle lastre di zinco, per inciderle, quando mi č arrivato all'improvviso, con il rumore del motore della scavatrice, l'annuncio ufficiale che l'operazione di atter­ramento aveva inizio.

Ca 'd Sonnān. Il cortile interno con gli archi e il pozzo.

  (incisione di Nestore Pozzo)

Il testo completo del capitolo  "La Ca 'd Sormān a i č pü " si trova da pag.133 a pag.147 del volume unico "Sut l'ala".

Ritorno all'indice