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Le
condizioni di vita dei lavoratori piemontesi, a metà Ottocento, erano
assai dure, e i livelli salariali non consentivano quasi mai margini di
risparmio da accantonare in previsione di malattie, disoccupazione e
vecchiaia. I salari giornalieri degli operai tessili raggiungevano
raramente la lira e mezza; nello stesso settore, il più diffuso, le
donne percepivano da 50 a 60 centesimi, i bambini 30-40 centesimi, vale
a dire l'equivalente di un chilo di pane nero per 12 - 14 ore di lavoro.
Meglio pagati erano gli operai specializzati e nel periodo estivo i
muratori.
I
salari erano corrisposti solo per i giorni di lavoro effettivo; si
lavorava anche il sabato ma di solito non nelle festività religiose e
civili, che erano, complessivamente, numerose. Le giornate lavorative
annue risultavano così mediamente 290 300, molte meno nelle filande
di seta e nelle altre attività stagionali.
Anche lavorando tutto l'anno, donne
e bambini non riuscivano a raggranellare il necessario per sopravvivere
e, tuttavia, il loro lavoro era indispensabile per integrare il bilancio
familiare a livelli di mera sussistenza. In una situazione di piena
occupazione un operaio adulto scapolo riusciva a far fronte alle spese
quotidiane e forse anche a risparmiare qualche cosa; sopravviveva, se
pure a livelli di consumo più bassi, una famiglia in cui tutti o quasi
i componenti erano attivi, ma un operaio, con il suo solo lavoro, non
poteva provvedere al mantenimento della moglie e dei figli e, se questi
non lavoravano, la famiglia era costretta a ricorrere alla carità
pubblica o privata. Poiché i salari non consentivano risparmi se non
agli uomìni soli, le famiglie in cui il padre si ammalava o perdeva il
lavoro piombavano nella miserIa.
I
salari agricoli erano ancora più bassi di quelli operai, anche se
risultavano integrati da corrispettivi in natura.
Sarti,
calzolai, venditori ambulanti, gestori di piccoli negozi, fittavoli,
mezzadri, contadini, proprietari di modestissimi appezzamenti, vivevano forse
un po' meglio, ma neppure essi erano in grado di affrontare il
rischio di lunghi periodi di malattia.
E' soprattutto per far
fronte a queste situazioni umilianti e talora drammatiche che sorsero in
Piemonte dopo il 1848 le Società
di Mutuo Soccorso, tese a sostituire la beneficenza con la previdenza
autogestita. Prima di allora la legislazione non lo consentiva: nel 1844
erano state sciolte le corporazioni e la legge vietava la costituzione
di qualsiasi tipo di associazione di lavoratori.
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