Testimonianze
raccolte da Mariella Pautasso


Su proposta del Comitato culturale che organizza la mostra "Occhieppo Superiore, le radici di una comunità", ho svolto in questo comune una serie di interviste per raccogliere testimonianze sul passato del paese e dei suoi abitanti.
           Gli incontri con le persone indicatemi da Mario Pasqual - che mi ha fatto da cortese accompagnatore - sono avvenuti tra il luglio e l'ottobre 1994: ai dieci nativi o residenti a Occhieppo Superiore fin dall'infanzia, si sono aggiunti in un secondo tempo tre immigrati provenienti dalla Calabria e dal Veneto.
           I temi più significativi per gli interessati, emersi fin dai primi colloqui, sono stati riproposti durante le successive interviste e hanno generato a macchia d'olio altri argomenti: per esempio, oltre al lavoro nei campi e nelle fabbriche, la vita nel tempo di guerra e i giochi; per gli immigrati i ricordi del paese d'origine e di quello di immigrazione, le difficoltà incontrate, il tipo di accoglienza ricevuta.
           Le testimonianze dei nativi sono state raggruppate secondo le varie tematiche mentre quelle degli immigrati hanno conservato la loro struttura di racconto autobiografico.
          
Durante la redazione è stato indispensabile intervenire sui testi modificandoli, perché nel passaggio dal parlato allo scritto si perdono caratteristiche preziose, quali l'intonazione e le sfumature espressive più marcate, senza le quali è spesso compromessa la comprensibilità.
            Sono poi stati sacrificati aneddoti
o riflessioni troppo personali per lasciare spazio a episodi o considerazioni di maggior interesse per un pubblico più vasto.
            E' stato inoltre eliminato tutto ciò che avrebbe reso meno scorrevole la lettura, come le ripetizioni, le frasi interrotte ecc. Per lo stesso motivo anche la successione degli argomenti può aver subito variazioni rispetto all'intervista.
            Molte parti sono state tradotte dal dialetto all'italiano per soddisfare una precisa richiesta degli stessi intervistati. Sono stati conservati però i termini tecnici, le espressioni utilizzate dagli immigrati e quelle pronunciate con marcato intento espressivo.
           
Tra parentesi tonde sono racchiuse le spiegazioni, integrazioni, traduzioni che sono sembrate necessarie, mentre il segno (...) evidenzia un'omissione ali 'interno dello stesso tema.
            Vorrei concludere con un affettuoso ringraziamento a tutti gli intervistati che hanno fiduciosamente accettato di ripercorrere con me il fertile cammino della memoria; spero di dimostrare loro, con questo lavoro, la mia stima e la mia amicizia. Essi sono:

Maria Barioglio, Ponte Stura 1919; a Occhieppo Superiore dal 1930.
Mary Borsetti, Occhieppo Superiore 1913.
Nicola Curulli, Antonimina 1924; a Occhieppo Superiore dal 1947.
Edvige Garizio, Occhieppo Superiore 1916.
Maria Labra, Monselice 1922; a Occhieppo Superiore dal 1951.
Adalgisa Lagna, Occhieppo Superiore 1895 - 1994.
Loris Lagna, Occhieppo Superiore 1920.
Maria Carmela Pesce, Zero Branco 1913; a Occhieppo Superiore dal 1956.
Antonietta Pozzo, Occhieppo Superiore 1901.
Fiorenzo Riccardi, Bianzè 1903; a Occhieppo Superiore dal 1908.
Firmina Riccardi, Occhieppo Superiore 1913.
Carla Stratta, Occhieppo Superiore 1927.
Ermenegilda Tua, Occhieppo Superiore 1909.

                                                                                                                M. P.

     OcchieppoSuperiore, davanti a Villa Negri - Il postino Umberto Lagna (a sinistra), padre di Loris, accanto a uno dei fratelli Negri.

Tüta lì la nosa vita
Testimonianze di occhieppesi

  La fabbrica

  Il lanificio Erminio Torello

         Questo nella foto (v. pago 92) è il lanificio Erminio Torello, non mi ricordo se Torello Viera o Torello Pichetto; era a Occhieppo Superiore, vicino all' Elvo per andare a Muzzano (...). Producevano stoffe, lanerie, drapperie. Qui non c'è il turno di notte, in tutto gli operai erano più di cinquecento. Pensi che c'era tre possibilità di far girare questa fabbrica: con l'acqua dell'Elvo, perché c'erano due salti d'acqua che facevano girare le turbine; poi c'erano due caldaie perché poteva andare a vapore, come un treno; e poi c'era la forza (elettricità). Tessitura, filatura, tintoria, finissaggio, carderia, lavaggi, folloni, tutto il ciclo completo della stoffa, lanerie e drapperie.
         Gli operai della Torello venivano da Occhieppo Superiore, da Occhieppo Inferiore, da Sordevolo, Muzzano, Graglia, Graglia Santuario, Pollone, Vandorno, Camburzano, venivano tutti a piedi, neve, pioggia e vento. (...) Le ferie erano di otto giorni nella settimana di Ferragosto, poi sono diventate di quindici. (00')
          Questo (nella foto) è il signor Torello e io sono qui sulla finestra, avevo quattordici o quindici anni quando sono andata a lavorare lì, nel '33. Ho sempre lavorato lì, mi volevano tanto tanto bene, anche il signor Torello, il direttore, tutti.
          
Erminio Torello era proprio una brava persona. Stava a Biella vicino al Tribunale, in quella villa che viene in fuori rispetto al Tribu­nale. Aveva un figlio, Elio, che era un po' materia (matto) e correva dietro ai tramway. Si ricorda dei tramway ai giardini pubblici? Era sempre lì. Di figli aveva anche il Cesare e la Livia o Lidia, non ricordo.

Il lanificio Fratelli Negri

        La mia famiglia, che veniva da Bianzè, stava nel Lanificio Negri perché mia madre aveva la qualifica di portinaia e mio padre faceva il giardiniere: io sono nata lì. Era un lanificio a ciclo completo e è stato chiuso nel 1921. Erano quelli anni un po' particolari: sventolava la bandiera rossa sulla ciminiera dei lanifici Rivetti, durante gli scioperi venivano rotti i vetri delle fabbriche, la gente scendeva in piazza; erano momenti delicati.
      Nello stesso tempo si spingeva per avere dagli industriali delle condizioni migliori, riduzione dell'orario di lavoro finalmente a otto ore, paghe migliori ma soprattutto i contributi assicurativi. C'era tutto un movimento per avere una vita migliore ma nello stesso tempo si cercava di portare avanti il discorso con scioperi e disordini. Questo la ricchissima e vecchia famiglia dei Negri, industriali ormai da tanto tempo, non lo accettava e la fabbrica è stata chiusa nel '21.
     lo allora avevo sette anni, non ho dei ricordi chiari, ricordo quello che dicevano i miei in casa: per il paese è stato un disastro. Quella fabbrica lì era un po' come una casa di riposo perché tutti i vecchi operai li tenevano lì - sa, una volta a settant'anni uno era proprio vecchio - li tenevano lì a sessantacinque settant'anni a fare quello che potevano.

   Occhieppo Superiore, 1919 - Un gruppo di tessitrici: al centro, sopra le suonatrici di chitarra, Adalgisa Lagna.

Le tessitrici

      Per il personale tutti i padroni preferivano prendere i contadini perché erano molto più volonterosi e sentivano meno la fatica, perché andare in fabbrica per un contadino non era vera fatica in confronto alla campagna... In fabbrica si lavorava molto più volentieri. (...)
      Ci volevamo tutti bene, (facevamo) di cantade, insomma era una ditta familiare... lo ho cominciato facendo la porgifili, la mucia, che sarebbe quella ragazzina che aiuta l'orditrice a ordire la pezza, a annodare tutte le spole per fare la pezza lunga. Ho fatto quel tirocinio lì per tre o quattro anni, poi sono andata a annodare le pezze nei telai, che era già un grado di più, poi dovevo diventare una tessitrice, invece hanno visto che ero volonterosa ­ non per farmi dei meriti - e mi hanno detto: "No, Maria, non andare nei telai che sono pericolosi, vieni con noi nel magazzino". E sono andata sotto nei magazzini: spedizioni, campionari, pezze, vedevo anche i clienti. Tutto pulito e ordinato.
      Cantavamo forte per superare il rumore dei telai... e allora la voce c'era. Era bello! tutti allegri. Quando annodavo fili prendevo... due lire ogni mille fili; a cottimo per annodare mille fili ci vuole un'ora, ma se una era svelta se ne potevano annodare anche millecentocinquanta - io li ho annodati; in quel periodo lì bisognava far uscire fuori le ore che non facevamo niente.
      Tra noi ragazzine le annodatrici più in gamba, più sveglie erano le più cercate e venivano già prenotate da un lavoro all'altro; le tessiore invece non volevano quelle che annodavano male o che erano lente; ce n'era una..... l'era prope n dimoni: quando annodava legge­va i romanzi della Carolina Invernizio, nessuno la voleva.
       Per tutta la vita ho fatto la tessiora, tutta una vita ai telai fino a quando mi hanno lasciata a casa. Non avevo fratelli, eravamo sei sorelle e tutte abbiamo fatto questo lavoro, mia mamma invece lavorava dal Vigna (poi Maggia), un maglificio e mio papà faceva l'imbianchino.
      
A dodici anni sono andata a lavorare: primagrupin-a, poi adagio adagio adagio sono diventata tessitrice. Ci conoscevamo tutte e, una con l'altra, ci tiravamo nella fabbrica. Tutte assieme facevamo la strada per andare a lavorare e tutte assieme ritornavamo a casa; e sul lavoro cantavamo, cantavamo tutto il giorno, facevamo di bruci Tutte le donne di Occhieppo lavoravano in fabbrica, perché non c'era altro. Anche i capi erano del paese, tutta brava gente: ci si conosceva, ci si capiva e ci si perdonava. Una volta si faceva anche la festa di tessiore: ci trovavamo alla cooperativa, andavamo a mangiare in un albergo, e passava­mo la giornata tutte assieme. (Adalgisa Lagna).

   Occhieppo Superiore, Castellazzo, 1940 circa - La vendemmia nella vigna di Antonio Gremmo (a capo scoperto) e della moglie Giovanna Grosso (prima a sinistra); Carla Stratta è seduta sul carro.

La campagna

Il lavoro

     Perché noi non siamo qui del Biellese, siamo del Monferrato, provincia di Alessandria, vicino a Casale (...). Là c'era tanto lavoro, la vigna, i prati, il grano; la famiglia era grande, eravamo in sette. La mamma è venuta malata e il dottore ha detto che moriva se non veniva via da quella terra. Allora un cugino del papà che faceva il rappresentante di vini gli ha detto: "Guarda che c'è una bella osteria da prendere a Biella".
    E' andata così la storia. Siamo venuti a Biella, al Vernato; siamo stati quattro anni ma non eravamo tagliati per l'osteria e dopo quattro anni siamo venuti qui a Occhieppo Superiore nel'30, nel mese di agosto.
    Andare in campagna era più faticoso che lavorare in fabbrica. Quelli che avevano la vigna dovevano potare le viti, concimarle e poi c'era da zappare i fossi perché non crescesse l'erba sotto, poi dare il bagno (verderame) quattro o cinque volte l'anno, dare lo zolfo, poi vendemmiare, poi fare il vino. Prima che venisse il vino c'era un lavoro....................... Poi c'era il grano, c'era da seminarIo, da laurelo, mieterlo, batterlo......
    E poi c'era il prato perché tutti avevano una bestia o due, il cavallo o la vacca, c'era il fieno da fare. Non si smetteva mai di lavorare.
   
La mia famiglia era composta da papà e mamma, il primo fratello faceva l' autista, c' erano poi gli altri due che andavano in fabbrica (...) Quando arrivavano a casa se facevano il turno aiutavano il papà e la mamma a fare il fieno, a portarlo a casa con il cavallo o la vacca (...); chi faceva la notte alla mattina veniva in campagna, poi dormiva poi tornava in fabbrica; chi faceva la giornata dava invece una mano a mezzogiorno o un colpo la mattina e la sera, specialmente d'estate c'era sempre qualche cosa da fare, invece gli operai finita la fabbrica finito tutto.

  Occhieppo Superiore, 1943 - Le mucche erano usate anche per l'aratura.

Le bestie

       In carro lo tiravano le mucche. In tempo di guerra andavamo a Pollone a arare la terra per chi voleva mettere un po' di meliga, un po' di grano, un po' di patate... sa com'era in tempo di guerra. Dovevamo andare, mio padre davanti con un aratro, io dietro con l'altro aratro e le due mucche... Erano ben istruite, mio padre le aveva tirate su bene...
     
C'era la Culumba, la Pastora          e la Biunda; a questa le mancava solo la parola. lo le dicevo: "venne giü' nè, t'aspèc là giü"', io andavo giù in bici e lei veniva col carro. C'erano le trutadore (lastre di pietra sull'acciottolato) e lei stava su una di ste pietre per camminare meglio e se sentiva arrivare una macchina si spostava, la lasciava passare e poi tornava lì.

  Occhieppo Superiore, 1944 ­Carla Stratta accanto alla mucca Biunda.

Altri lavori

  La posta

        lo in principio facevo lo stampatore. Proprio all'inizio, prima della guerra, ho lavorato a Biella alla tipografia Weinberg, che adesso non esiste più, i titolari erano ebrei e sa, con tutto quello che hanno fatto contro gli ebrei... Era dove adesso c'è la via Dante, nel cortile di Musca e Fuiàn. Poi ho lavorato alla tipografia Mora e poi dai fratelli Maula, e in questa tipografia sono diventato compositore. In mezzo c'è stata la guerra.
        Nel '55 mi sono deciso: mio papà era postino e io ero già il suo sostituto, così quando lui si è ritirato ho fatto richiesta e sono andato al suo posto, e sono stato il postino di Occhieppo Superiore dal '55 fino all'80.


    L'edicola

       lo sono una che          mio papà mi ha insegnato a faticare, lavorare mi è sempre piaciuto. Fino a ventiquattro anni ho lavorato con mio padre in campagna, poi sono andata in fabbrica da Cavigioli. (...) Il lavoro mi piaceva, solo che c'erano tante ore da fare, il mio fegato è andato a ramengo, ho avuto l'epatite e il dottore mi ha detto di tornare a prendere aria buona, di non stare più chiusa in fabbrica.
       Allora c'è stata l'occasione dell' edico­la e l'ho presa (...). Dal '61 all'85! Facevo
diciotto ore al giorno. Prima avevo un ragazzo che mi aiutava a portare via i giornali, poi è morto e allora mi ha aiutato mio padre, con ottantaquattro anni portava ancora via i giornali in bicicletta fino a Galfione, finché ho detto basta e li ho portati io.
      Ho fatto delle vite! e ho sempre lavorato sodo per avere poco (...). La vita l'è sa lì. Però l'edicola mi piaceva proprio: nell' edicola sono vissuta, ho conosciuto gente, ho parlato con gente più istruita di me, perché mi i era mach bun-a fe düi pü düi.
(Carla Stratta).

   L'officina

       lo ho incominciato a lavorare a dodici anni, nel 1915, quando è scoppiata la guerra. Ho cominciato a fare il garzone da saraié ' (meccanico) nella fabbrica lì sotto (Fratelli    Negri). Poi la ditta dei Negri ha chiuso e sono andato a lavorare da Rivetti a Biella come operaio in filatura però il mio lavoro era quello del meccanico e cercavo sempre un' occasione per farlo.
      Sono poi andato da Squindo, alle Costruzioni meccaniche biellesi, che erano dove c'è adesso il mattatoio a Biella, ma ho dovuto andare soldato. Al ritorno nel' 23 ho cercato di tornare da Squindo ma la ditta stava liquidando, allora ho trovato un posto da meccanico al garage Magliola, a Biella in via Torino numero tre. Questo Magliola aveva anche una grossa officina a Santhià dove riparavano vagoni ferroviari. Qui facevano le macchine!

   Ariano Polesine, 1954 - Sosta durante la raccolta delle barbabietole.

Tempo di guerra

       I cambiamenti più sconvolgenti sono stati nel' 44: la caduta del fascismo, la disfatta dell' esercito, l'avvento della repubblica di Salò hanno sconvolto la vita del paese, come del resto è avvenuto in altre zone d'Italia, soprattutto dell'Italia settentrionale. E' stato un periodo bruttissimo: in municipio ero rimasta io sola, che ero entrata nel gennaio del'43 dopo aver lavorato al maglificio Maggia e all'ufficio postale.

Giochi e giocattoli

       Non si usava una volta giocare, non si aveva tempo. lo con dodici anni avevo mio fratello da allevare perché mia mamma era a letto, poi quando si è alzata ha preso lei il ragazzo e mi ha mandata in fabbrica.
      No, non ho fatto una vita tanto bella. I miei genitori erano severi ma io ero brava: ero già vecchia, io!
      La domenica bisognava andare a messa. E allora non si poteva giocare. (...) Però venivamo qui, proprio qui (Casa di riposo) a cucire, c'era il taglio e cucito, ci insegnavano a ricamare le suore. Erano le suore dell' asilo e la festa ci insegnavano a ricamare. Al pomeriggio dopo i vespri venivamo qui: le suore aprivano porte e finestre e allora si lavorava. Mi piaceva perché ricamavo, mi piaceva tanto.

Il ballo

       Una volta qui a Occhieppo Superiore c'era quel ballo dove ballavano d'inverno..... Ballavano al caffé Strobino. (Loris Lagna).
       Ho sempre lavorato come una bestia, ma vivevo per il ballo e il canto. Ah, ballare... anche scapìn (scalza), basta balé. Però per andare a ballare dovevo fare delle lotte tremende con mio padre. Quando avevo tredici o quattordici anni qui fuori c'era un bar e sopra un salone, ballavano lì ma ci stavano appena dieci persone.
        lo ero giovane e ci facevo solo qualche ballo al volo. A Occhieppo Inferiore, invece, ballavano in una sala.
       
Finita la guerra - avevo diciotto anni ­ chiedevo a mio padre di lasciarmi andare a ballare; lui mi lasciava ma dovevo essere a casa alle nove! Inutile dirgli che il ballo cominciava proprio alle nove. Allora nascondevo una gonna e una maglia sotto il portone, mi cambiavo lì e via, di corsa fino a Occhieppo Inferiore. Per fare in fretta a andare giù saltavamo tutti i paracarri e giocavamo a cavalina; a diciotto, vent'anni! lo non mi fermavo nemmeno a prendere il biglietto - c'era la cassa - lo prendevano per me le mie amiche: non volevo perdere nemmeno un momento!

   OcchieppoSuperiore, 1970 circa - La preparazione dei maccarruni, come ad Antonimina: Elisabetta Galluzzo (a sinistra, deceduta nel maggio 1995 all'età di 102 anni) con la figlia Teresa Siciliano, rispettivamente suocera e cognata di Nicola Curulli.

Perché noi siamo come le formiche Testimonianze di immigrazione

  Da Antonimina

  L'arrivo

        Tre giorni di viaggio: Antonimina, Locri, Reggio, Roma, Torino, Santhià, Biella. Erano le nove di sera dell' Il di settembre del 1947 quando siamo arrivati a Biella, alla stazione della Biella Santhià. I taxi non hanno voluto portarci perché la strada tra Occhieppo Superiore e Inferiore era tutta rotta, un buco solo.
        Allora abbiamo preso il trenino che andava a Mongrando, siamo scesi a Occhieppo Inferiore e ce la siamo fatta tutta a piedi fino a Galfione. Eravamo io, mia moglie, mia sorella, incinta di quattro mesi, mio cognato e un ragazzo che lavorava da sarto anche lui e aveva una zia a Gaglianico.
       
Ce la siamo fatta tutta a piedi fino a Galfione, con mia sorella incinta; la strada era lunga, tre chilometri, non si arrivava mai e avevamo le valigie e tre giorni di viaggio sulle spalle. lo avevo ventitré anni e mi ero sposato da tre giorni: ho fatto il viaggio di nozze in piedi sul treno.

La catena familiare

      Ad aspettarci qui c'era mia zia che era venuta a Galfione nel' 46, la prima di Antonimina. Lei era venuta tramite i genitori del ragionier  Monteleone, e aveva trovato casa grazie a loro. Questo è stato l'inizio di una fila che non è mai finita ed è continuata fino..... adesso siamo venti famiglie. La zia al paese faceva la casalinga; aveva due figlioli, il marito in America, come mio padre.
      La scoperta qui al Nord era proprio la fabbrica: a Antonimina si campava anche facendo l'artigiano con un lavoro come il mio, si lavorava e si viveva, certo non c'era da scialare ma si campava. Per noi è stata più la spinta di mia zia: vieni su, vieni su, vieni su…….perché noi siamo come le formiche: parte uno e gli altri gli vanno dietro, siamo come una fila che non finisce mai. Era una musica che non è finita fino al Sessanta e passa. Poi si è fermata un pochino.

 

* Si ringraziano Oliviero Girardi, Giorgio Mosca, Enea Guardamagna, Cesare Pozzo per l'aiuto prestato nella sbobinatura delle registrazioni.

Il testo completo del capitolo  "Testimonianze " si trova da pag.208 a pag.227 del volume unico "Sut l'ala".

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